Storie

Breve storia della Sicilia


I primi popoli civili apparsi nell’isola, all’alba della Storia, furono i Sicani ed i Sìculi. Da dove venivano non si può dirlo con esattezza. Forse i Sicani venivano dall’ Africa, e forse i Sìculi dall’Italia Centrale, guidati da un certo re di nome Sìculo. Si sa, però, che, mentre i Sicani occuparono la parte occidentale della Sicilia, restandovi, poi, per molto tempo isolati, i Sìculi, giunti più tardi, si stabilirono in quella orientale. Un altro popolo, gli Elimi, venne, secondo la leggenda, da Troia. Era loro capo Elimo, figlio del re Priamo, che fondò le città di Erice e di Segesta. Di quest’ultima rimangono ancor oggi stupende rovine. I Sìculi, però, divennero ben presto i più potenti e i più civili dell’ isola. Ottimi agricoltori, oltre che guerrieri, essi coltivarono, per primi, il grano e la vite; conobbero l’arte della ceramica; lavorarono i metalli ed eressero grandi templi ai loro dèi, nelle città di Ibla e Pàlica. Inoltre, credendo nell’immortalità dell’anima, i Siculi ebbero un culto profondo per i morti. Li seppellivano in piccole celle, con accanto oggetti preziosi, armi, anfore e cibi che dovevano servire per il lungo viaggio nell’oltretomba.
Frattanto andava sempre più crescendo, nel bacino del Mediterraneo, la potenza di due popoli: i Fenici e i Greci. I Fenici, audaci naviganti e abili nel commercio, fondavano spesso nuove colonie nei paesi in cui svolgevano o loro affari. Una di queste, in Africa, proprio di fronte alla Sicilia, fu Cartagine. Attratti dalla prosperità dei Sìculi, i Fenici giunsero ben presto da Cartagine anche in Sicilia, fondarono, sulle coste nord-occidentali, la città di Panormo (Palermo), e da li presero a penetrare nell’interno dell’isola. I Greci, venuti anch’essi a contatto con i Siculi nel sec. VIII a.c., per ragioni di commercio si stabilirono invece in numero sempre maggiore nella parte orientale dell’isola, dove fondarono le città di Lentini, Catania, Messina, Imera, Siracusa, Gela e Selinunte.
Successivamente, per quasi mille anni, l’isola rimarrà sotto il dominio di Roma. Durante questi secoli, la Sicilia si trasformò: non più poche, splendide e potenti città, ma una fitta rete di piccoli centri per mezzo dei quali il progresso civile ed economico si diffuse, portando dovunque maggior benessere e maggior prosperità.
Dopo un lunghissimo assedio, gli Arabi conquistarono l’isola, cominciando da Panormo ( chiamata Balarm) , passando per Messina ed Enna. La loro dominazione è da considerarsi uno dei periodi più felici della storia siciliana. Gli Arabi, abili agricoltori, introdussero in Sicilia la coltivazione della canna da zucchero e quella degli agrumi, oggi grande ricchezza dell’isola. Costruirono inoltre, canali per irrigare le terre là dove veniva coltivato il cotone e la canapa; divisero pure le grandi estensioni di terreno in tante piccole proprietà. Le città della Sicilia, sotto gli Arabi, divennero assai belle, ricche di magnifici giardini e di splendidi edifici. Palermo, sede dell’ Emiro che abitava nel palazzo della Kalsa circondato da un fasto orientale, divenne una delle più belle città più splendide, tanto splendida da superare in magnificenza le stesse Bagdad, Damasco, Il Cairo. I Siciliani assorbirono tutto il meglio della cività araba, e questo meglio lo trasmisero all’Europa.
Nel 1060 ecco apparire all”orizzonte dell’isola i Normanni (uomini del nord). Nel 1091 la conquista dell’isola era stata completata da Ruggero, a cui successe il figlio Ruggero II, che divenne Re di Sicilia. Fu un gran Re: avviò rapporti commerciali con le Repubbliche Marinare di Genova, Pisa, Amalfi e Venezia; fece della propria corte, a Palermo, uno splendido centro d’arte e di cultura e abbellì la città. Dopo qualche anno arrivò al trono Federico II, coltissimo e d’ingegno aperto. Egli fu il primo Re veramente moderno nell’Europa di quei tempi. Con lui il popolo siciliano raggiunse la propria unità morale. Nel Regno di Sicilia egli istituì il Parlamento, il primo della storia, cosi composto: la Camera militare, formata dai Baroni più potenti, il cui capo era il principe di Butera; la Camera ecclesiastica, formata dai vescovi e dagli abati più importanti, il cui capo era l’arcivescovo di Palermo; la Camera demaniale, formata dai deputati delle diverse città e delle terre demaniali, il cui capo era il pretore di Palermo. Le tre camere si riunivano e discutevano delle necessità della Sicilia.
Nel 1250 morì Federico II, e dopo una dura lotta i francesi conquistarono l’isola con Carlo d’Angiò, portando agitazioni e malcontenti in tutta l’isola. Gli Angiò si mostrarono insensibili a qualunque richiesta di ammorbidimento ed applicarono un esoso fiscalismo, praticando usurpazioni, soprusi e violenze. Nell’instabile panorama politico della fine del XIII secolo, la rivolta siciliana, intrecciando l’opposizione al potere temporale dei papi al contenimento dell’inarrestabile ascesa dei loro vassalli angioini, innescherà nel Mediterraneo un vero e proprio conflitto internazionale: da una parte Carlo I d’Angiò, sostenuto da Filippo III di Francia e dai guelfi fiorentini, oltreché dal papato; dall’altra Pietro III d’Aragona, appoggiato da Rodolfo d’Asburgo, da Edoardo I d’Inghilterra, dalla fazione ghibellina genovese, dal Conte Guido da Montefeltro e da Pietro I di Castiglia, oltreché, più tiepidamente, dalle Repubbliche marinare di Venezia e di Pisa. Tutto ebbe inizio in concomitanza con la la funzione serale dei Vespri (da qui Vespri Siciliani)  del 30 marzo 1282, Lunedì di Pasqua, sul sagrato della Chiesa del Santo Spirito, a Palermo. A generare l’episodio fu – secondo la ricostruzione storica – la reazione al gesto di un soldato dell’esercito francese, tale Drouet, che si era rivolto in maniera irriguardosa ad una giovane nobildonna accompagnata dal consorte, mettendole le mani addosso con il pretesto di doverla perquisire. A difesa di sua moglie, lo sposo riuscì a sottrarre la spada al soldato francese e a ucciderlo. Tale gesto costituì la scintilla che dette inizio alla rivolta. Nel corso della serata e della notte che ne seguì i palermitani – al grido di “Mora, mora!” - si abbandonarono ad una vera e propria “caccia ai francesi” che dilagò in breve tempo in tutta l’isola, trasformandosi in una carneficina. I pochi francesi che sopravvissero al massacro vi riuscirono rifugiandosi nelle loro navi, attraccate lungo la costa. Si racconta che i siciliani, per individuare i francesi che si camuffavano fra i popolani, facessero ricorso ad uno shibboleth, mostrando loro dei ceci («cìciri», nella lingua siciliana) e chiedendo di pronunziarne il nome; quelli che venivano traditi dalla loro pronuncia francese (sciscirì), venivano immediatamente uccisi. All’alba dell’indomani, la città di Palermo si proclamò indipendente. La rivolta si estese subito a tutta la Sicilia.
Cacciati i Francesi, i Siciliani affidarono la corona del regno allo spagnolo Pietro d’Aragona. Il dominio spagnolo durò quasi 5 secoli, secoli infelici e di grave decadenza per la Sicilia.
Dal 1713 zl 1735 la Sicilia passò, di volta in volta, sotto il dominio dei Savoia, degli Austriaci e deiBorboni di Napoli. Questi ultimi regnarono, prima con Carlo e poi con Ferdinando IV, fino al 1848, anno della rivolta siciliana che costrinse alla fuga le truppe borboniche dall’isola. Qualche anno dopo i Borboni riuscirono nuovamente a conquistare l’isola, commettendo atti di crudele barbarie. Seguirono dodici anni di cospirazioni ed insurrezioni
Bisogna aspettare l’Unità d’Italia e l’impresa dei Mille di Giuseppe Garibaldi, per vedere l’Italia meridionale, finalmente, libera dai Borboni.
Nel 1946 fu istituita la Regione Siciliana.

Nessun commento:

Posta un commento